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domenica 3 aprile 2016

I frangitempo


« I FRANGITEMPO»


 La discesa era interminabile, ma soprattutto monotona.
        Il sentiero  si snodava in un’ apparente curvatura di cui non ne vedevo la fine. Il cammino era interrotto da una serie di casupole vuote che, a tratti intervallati, apparivano con le loro sagome irregolari e talvolta sbilenche. Il contadino che mi affiancava parlava continuamente della sua vita, di greggi e animali vari che avevano inturgidito la sua storia di ricordi, a me poco interessanti.
Di colpo, come se mi avesse letto nel pensiero mi disse: ׂ« Ti chiedi perché ci sono tutte queste casupole e a che servono ? Questi noi li chiamiamo i “frangitempo” ».
Non riuscivo a capire il vocabolo. Allora fu grande la mia meraviglia quando mi disse: « Li chiamiamo in questo modo perché durante le nostre lunghe discese di rientro interrompono il tempo e ci fanno capire quanto ancora ci manchi per arrivare alla meta. Se tu noti bene, hanno dipinto un numero, che sta ad indicare la distanza che ci separa dall’arrivo. Spezzano la monotonia del tempo del rientro e  rendono meno gravosa la discesa ».

mercoledì 16 marzo 2016

La volta stellata


La volta stellata
Da bambino mi affascinava guardare il cielo di notte perché vedevo quelle inafferrabili stelle che popolavano la volta celeste. Nella mia mente infantile il firmamento era un’immensa copertura con tanti buchi, che mascherava una grandissima luce , al di là del cielo.
Mi ero data una spiegazione che mi affascinava perché quel faro immenso che era la causa di tante stelle, per me era un dato incontrovertibile. Crescendo, capii che le mie ragioni infantili erano insufficienti e fantasiose, ma mi restò, nonostante tutto come una ragione suprema che spiegava un dato per me molto importante. Era la spiegazione della verità, come  il riflesso di una enorme fonte luminosa che attraversa ogni realtà, rendendola affascinante.
In ogni cosa vedevo la ragione del bello, del vero e dell’armonia grazie a quell’unica luce che brillava alle spalle di tutte le fatture create. Non vi era errore possibile se non come una parte della stessa luce che, diminuendo, chiamavo ombra, oppure oscurità o incapacità di affrontare la luminosità. Questo mi appariva così lampante quando, nelle calde serate d’estate, chiuso nella mia stanzetta, vedevo a poco a poco affievolirsi la luce e, senza accorgermene, restavo immerso in una densa penombra che rasentava il buio. Dovunque scorgevo luci ed ombre, ammirando il gran cielo stellato e desideravo una irrefrenabile voglia di riempire la mie pupille di quella luminosità che rischiarava ogni cosa in questo mondo, Essa non si vede a prima vista, perché sta dietro ogni realtà. In tal modo la verità mi diventava come una trafittura di luce ed io ero estasiato da tanta bellezza ed ordine.
Questo l’ho conservato anche crescendo, ed ora le cose mi appaiono come tanti buchi che lasciano filtrare la luce. Ovunque contemplo questa meraviglia e voglio farla arrivare a tutti. Attendo il momento in cui ammirerò la grande luce. Intanto vivo nell’attesa di vedere ogni creatura come un forellino, attraverso il quale filtra un bagliore di verità.
                                                             Lorenzo

mercoledì 2 marzo 2016

Rudere





Scendevo la collinetta verde e lo facevo con passi svelti e molto attenti a ricordare quanto mi era stato detto dal mio amico contadino sulle varie presenze di guerrieri impastati con il terreno che calpestavo, quando mi apparve, vicino al sentiero, una casa in pietra, diroccata.
Chiesi, all’amico che mi accompagnava, a chi appartenesse quel costrutto fatiscente. Mi rispose, con un bel sorriso, che era stata la dimora di un ricco signore  il quale aveva speso parte del suo patrimonio per fabbricarsi una casa grandiosa, che si affacciava sulla spianata sottostante. La costruì per regalare ai suoi posteri un palazzo di grande prestigio.
Ma accadde che un giorno morì d’improvviso, a cagione di un male misterioso. Incominciò a correre la diceria che quelle pietre portavano un terribile segreto perché  quel caseggiato si era degradato in pochissimo tempo. Infatti ne restava solamente lo scheletro che il tempo aveva lentamente consumato, fino a renderlo  dimora di uccellacci e bestie selvatiche.
Mi apparve subito chiara la visione  dell’uomo, che ha progetti meravigliosi, ma finiscono tutti in rovina, se non sono continuamente curati. La vita stessa di quel signore era diventata un ammasso di pietre, senza alcun valore e bellezza. Avevo, davanti ai miei occhi, la precarietà delle cose che mi circondavano: sotto i miei piedi l’impasto di tanti corpi, davanti agli occhi l’inconsistenza dei progetti umani. Sentii un cupo vento di morte. Ma subito mi rallegrò il cielo stellato. Lassù non c’erano catapecchie e questo glielo comunicai al mio amico accompagnatore. Mi guardò a lungo e mi disse  con voce roca:
« Da bambino mia nonna mi ha insegnato a vivere in ogni luogo con la sapienza di chi è, in questo mondo, di passaggio, verso una città non fatta di pietre che, col tempo, diventano, premesse di catapecchie ».
Quella riflessione mi diede tanta aria di cielo. Vidi in quella casa diroccata il progetto di chi non aveva letto la realtà nella sua completezza.
E quel mucchio di sassi mi apparve interessante.

                                                             Lorenzo

domenica 7 febbraio 2016

Impastati




Sono su una dolce collinetta, con un fantastico parapendio, dal quale si lanciano gli appassionati del volo con gli aquiloni, che veleggiano quietamente nella trasparenza del cielo primaverile.
Con me vi e’ un contadino che mi affascina con le sue riflessioni semplici , fatte di ricordi e vocaboli strani. Ricordo quando mi disse  che il luogo, da noi calpestato, era “impastato “ con molteplici corpi di antichi guerrieri, morti per  difendere le loro case. Quel vocabolo mi restò impresso nella memoria, soprattutto perché pronunciato da un contadino. Ma poi mi allontanai, restandomi fissa nella mente l’immagine di tanti “impastati” nella terra.
Mi interrogai sulla dimensione terrigena dell’uomo: creatura sublime ma amalgamato con la terra, che poi finisce per confondersi con essa. Sentii, sotto i miei piedi, la via di tanti uomini periti in guerra,  che mi sollecitavano a ricordarli. L’essere umano è un impasto di terra, con un alito che lo rende celestiale.
Camminavo sul prato della collina con la sensazione di essere trasportato dai mille guerrieri che mi dicevano:
« Noi siamo qui, non ci calpestare, immemore delle nostre vite! » .                     
                                                        
                                                      Lorenzo