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martedì 6 agosto 2019

Il Credo ... la vita eterna.


Il problema principale nel parlare di vita eterna è quello di non sapere, per nostra impotenza esplicativa, immaginarla altro che per analogia con la vita terrena, cioè con immagini spazio-temporali, caratteristici dell’aldiquà. Immagini che sono inconciliabili con i concetti di eternità, opposta al tempo, e di infinito, in riferimento allo spazio. Eternità ed infinito sono infatti le dimensioni a noi ignote dell’aldilà che, alla nostra capacità intellettiva, ci risultano incomprensibili.
C’è poi un secondo conflitto che da millenni ha impegnato il pensiero umano: l’apparente distinzione tra corpo e anima. La visione escatologica dell’oltrevita da parte della filosofia greca (Platone nel suo Fedone, per esempio) era basata sulla trascendenza dell’anima, separata, slegata dalla materialità del corpo. Anima immortale distinta dalla carne materiale e perciò stesso finita. Quella ebraico-cristiana, invece, assume nella creatura umana un’intima connessione tra anima e corpo tanto da proclamare la resurrezione della carne legata tutt’uno all’anima. Corporeità e spiritualità si ritroveranno unite in un edificio che è opera di Dio, come affermava sal Paolo: “quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli” (Seconda lettera ai Corinzi 5,1). La “creatura” umana, dunque, complesso inscindibile di anima e corpo, con la morte di questo viene trasformata e trasferita in un aldilà in cui non esistono spazio e tempo, dove non c’è prima e dopo, dove non c’è qui o là. C’è solo un istante unico, eterno, senza passato e senza futuro, solo presente, nel quale la creatura è trasfigurata, giudicata, salvata o condannata. Come questo si realizzi, oserei dire si materializzi sebbene parliamo di trascendenza, non ci è dato sapere.
Ancora una volta è la Resurrezione di Cristo, centro del nostro essere cristiani, che certifica tutto questo, ponendo un seme di divinità e di eternità nella corporeità e nella temporalità di ogni essere umano. Nel descrivere questa trasfigurazione, san Paolo ricorre a paragoni ovviamente naturali concludendo che l’essere umano “è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale” (Prima lettera ai Corinzi 15, 42-44). Una precedente versione della Bibbia parlava di corpo psichico, corruttibile, associato in vita all’anima, che diveniva corpo pneumatico, cioè pervaso dallo Pneuma, lo Spirito Santo. Corpo e anima sono un tutt’uno. Corpo spirituale non è più un ossimoro.
Nel Vangelo di Giovanni la vita eterna è infatti sinonimo di vita divina in comunione con Dio perchè “Dio sia tutto in tutti” (ibidem, 15,28). La morte fisica è, dunque, un andare verso il Creatore, con Cristo giudice, in comunione perpetua con Lui. E’ questa la grande “speranza” che il cristiano ha avendo avuto “fede” in Cristo, nella sua Resurrezione e in quella sua frase, rivolta ad ognuno di noi “oggi con me sarai nel paradiso" (Luca 23, 42-43).
Il celebre pianista Glenn Gould, un genio, un giorno disse: “Per tutta la vita ho creduto intensamente nell’esistenza dell’aldilà. La trasformazione dello spirito è un fenomeno che non possiamo ignorare ed è in base ad esso che dovremmo basare la nostra vita. E’ per questo che non condivido le filosofie dell’hic et nunc. D’altro canto non ho nessuna immagine oggettiva su cui fondare l’aldilà. Riconosco che è forte la tentazione di formulare una teoria consolatoria della vita eterna che ci faccia accettare l’ineluttabilità della morte. Intuitivamente sento che tutto ciò è vero. Non mi sono mai sforzato per convincermi della probabilità di una vita oltre la morte. Mi sembra infinitamente più plausibile del contrario, cioè il nulla e l’oblio”.
Non c’è alcun riferimento “cristiano” nelle sue parole, ma quel genio ha intuito esserci una “trasformazione dello spirito” e che su questa certezza dovremmo “basare la nostra vita”, come la Chiesa dovrebbe insegnarci ogni giorno annunciando il Vangelo. Per chi crede in Dio creatore, nel Cristo salvatore dell’umanità con la sua morte e con la sua Resurrezione, quanto dovrebbe essere più semplice accettare l’intuizione di Gould come pure il pensiero di Albert Einstein che confessava Chiunque sia seriamente coinvolto nella ricerca scientifica, si convince che le leggi della natura manifestino l'esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell'uomo e davanti al quale noi, con i nostri modesti poteri, ci dobbiamo sentire umili", aggiungendo "La mia religiosità consiste in un'umile ammirazione dello spirito infinitamente superiore che rivela se stesso nei lievi dettagli che siamo in grado di percepire con le nostre fragili e deboli menti. Questa convinzione profondamente emozionante della presenza di un potere ragionante superiore, rivelato nell'universo incomprensibile, costituisce la mia idea di Dio”. Colpisce quel suo “ci dobbiamo sentire umili" e la sua “umile ammirazione” quanto diversa, detto da una mente geniale, dall’arroganza di chi non crede e disprezza chi invece lo fa.
Ora che siamo giunti alla fine dei dodici articoli del Simbolo degli Apostoli, ce n’è abbastanza, partendo dalle parole iniziali, quel personale “Io credo”, per concludere con un altrettanto personale “amen” finale, quella stessa parola pronunciata il 2 aprile 2005, con grande sforzo, dal Santo Padre Giovanni Paolo II un istante prima di morire.
E così sia.
                                                         Salvatore

mercoledì 29 maggio 2019

Il Credo … la resurrezione della carne, ... - Parte seconda


La morte è dunque il passaggio da questo mondo alla vita in Dio. E’ valso per Cristo: “il suo volto risplendette come il sole” (Mt 17,2) e per coloro che meritano quello che noi chiamiamo Paradiso, un non luogo dove “i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43).

Corpi mortali trasfigurati in corpi gloriosi: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,21). Così l’immortalità non è promessa per l’anima separata dal corpo, come presente nei filosofi greci, è invece promessa a tutto l’essere umano che ha in sorte la riprovazione o la beatitudine a seconda se si è comportato da gramigna o da buon grano.

Ed è qui che comincia ad intravvedersi il vero significato delle parole “risurrezione della carne” come “estensione agli uomini della resurrezione stessa di Cristo”. Tutto quello che noi consideriamo “la nostra vita”, la nostra persona nella sua globalità immateriale, il nostro io che già avvertiamo esistere in questo mondo e che non corrisponde alle molecole materiali bensì al nostro “essere” più profondo, alla nostra “anima”. “Immortalità della persona, dell’unica realtà uomodall’azione salvante di colui che ci ama e ha il potere di fare questo” (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pag. 340). Tutto ciò, la nostra carnalità, viene mantenuto, rivestito di incorruttibilità essendo immateriale, trasfigurato in una nuova condizione della nostra umanità. E in questo non luogo che chiamiamo paradiso, in Dio, ritroveremo tutti gli altri “esseri” che abbiamo conosciuto, anch’essi trasfigurati, uniti a noi e in Dio.

Quando ciò avviene? Credo fortemente che quando si parla di “ultimi giorni” o di fine della storia ci si riferisca ai nostri ultimi giorni. Non c’è separazione tra anima e corpo, con quest’ultimo che dovrà attendere la fine dei giorni per riunirsi all’anima. Mi conforta quanto afferma Benedetto XVI (Introduzione al Cristianesimo, pag. 343): “risurrezione: il suo contenuto essenziale non è l’idea di una restituzione dei corpi alle relative anime dopo un lungo intervallo di tempo; il preciso scopo è invece di dire agli uomini che essi, personalmente, continueranno a vivere… l’essenziale dell’uomo, la persona, rimane; ciò che è maturato in questa esistenza terrena, fatta di spiritualità corporea e di corporeità permeata dallo spirito, continua in maniera diversa”. Continua, senza interruzione.



E’ a questo punto delle nostre meditazioni che, nel tentativo di renderci conto del mistero, dobbiamo fermarci e riflettere. Non stiamo ragionando di fatti terreni, di qualcosa di dimostrabile con le nostre regole e con le nostre leggi fisiche che sono valide per un mondo in tre dimensioni spaziali e nel quale la quarta, il tempo, scorre sempre in avanti. Non dobbiamo, perché non possiamo, avere la pretesa di poter dimostrare alcunché. Stiamo infatti ragionando di ciò che “va oltre i limiti della nostra immaginazione e del mondo a noi accessibile” (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pag. 346). Dobbiamo essere umili e prudenti perché, non essendoci stato rivelato in che cosa consiste l’aldilà, dobbiamo accettare che la nostra mente umana non può avere la possibilità di comprendere appieno. Dobbiamo credere in ciò ci assicura Colui in cui abbiamo fiducia. Dobbiamo cioè ritornare all’origine. Abbiamo trovato buone ragioni per credere in Dio, il creatore, e in Cristo Gesù. Abbiamo, con Pietro, risposto: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. Abbiamo conosciuto ciò che hai detto al buon ladrone “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E allora, ispirati dal soffio di Dio, dallo Spirito Santo, rispondiamo: “Credo la risurrezione della carne…”.

                                                      Salvatore

mercoledì 15 maggio 2019

Il Credo … la resurrezione della carne, ... - Parte prima


Quando Pietro venne interrogato da Gesù con la terribile domanda “Volete andarvene anche voi?(Gv 6,67) la risposta che diede è in perfetta consonanza con il significato che la fede biblica dà al verbo credere, nel senso di aver fiducia. Dice san Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68-69). Con questa risposta riconosceva che prima si deve aver fiducia (credere in ebraico è reso dal verbo aman, aver fiducia, da cui il nostro amen). Prima viene la Fede, per grazia di Dio o, se vogliamo, per ispirazione dello Spirito Santo. Poi viene la conoscenza in ciò che colui che ci ha ispirato fiducia ci dice, anche se in certi casi è difficile, se non impossibile, comprenderlo. Conoscenza infatti non necessariamente implica comprensione anche perché la conoscenza di ciò che è trascendente viene necessariamente resa con parole del nostro vocabolario umano che non sono certamente in grado di esprimere concetti che solamente umani non sono.

Questa premessa è d’obbligo per accettare quanto ci dicono gli ultimi due articoli di fede senza che il maldestro tentativo di illustrarli utilizzando concetti “terreni” ci porti a ridicolizzarli rendendoli chiaramente assurdi. Pensare infatti alla “risurrezione della carne”, e peggio ancora la versione “risurrezione dei morti” del Credo niceno-costantinopolitano, visualizzando tombe che si scoperchiano e scheletri che fuoriescono dai loculi in cui giacevano è cosa degna al più di un film horror, come pure è inaccettabile ipotizzare che la “risurrezione della carne” equivalga alla ricomparsa, nella vita ultraterrena, delle molecole fisiche di cui il nostro corpo era costituito. E poi quali? Quelle di quando siamo morti o anche quelle che abbiamo “indossato” durante la nostra più o meno lunga vita?

No, chiaramente non dobbiamo lasciarci ingannare da queste interpretazioni, non è questo il senso di molte delle affermazioni del Credo, tra cui le ultime due, rese con il nostro povero vocabolario. C’è molto di più e di assai più profondo.



Siamo di fronte a quello che viene definito “mistero”. E per tentare di ragionare su quello della risurrezione della carne, dobbiamo partire dalla Risurrezione per antonomasia che, non per niente, è chiamato il “Primo mistero glorioso”, quella del Cristo Gesù, rivelazione di Dio all’uomo. Ricordiamo quanto in proposito ha avvertito san Paolo: «"Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la nostra fede" (1Cor 15, 14). Quella Risurrezione non fu infatti la rianimazione di un cadavere ma la trasfigurazione del corpo mortale di Gesù, di cui la Sacra Sindone è la traccia, in un nuovo corpo, vivente per l’eternità “in Dio”. Per secoli la fede di Israele credeva che Abramo, Elia e i grandi profeti erano “viventi in Dio”. E Gesù ce lo aveva confermato “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui” (Lc 20,38). 

                                             Salvatore