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venerdì 30 marzo 2018

Le due croci


Si rincorrono i miei pensieri sulle pagine del mio diario, svelati da una penna indiscreta. Essi appartengono al mio cuore e sono diret-ti verso orizzonti lontani, che congiungono la mia terra con il cielo.
Sogno di attraversare un ponte che mi porta all’altra riva. Sotto corre un ruscello che saltella sui ciottoli. Penso che l’esistenza dell’uomo sia un passaggio dalla sua vita a quella di Dio. Le nostre storie sono tutte come quei sassi levigati dall’acqua. Se ognuno potesse raccontarsi da dove viene, da quale montagna si è staccato e com’è precipitato a valle…
Una di queste pietre diventa la mia immagine simbolica.
Ecco, Dio mi ha rimosso dal suo monte per farmi vivere quaggiù, secondo un suo disegno divino. Su quel monte c’erano tante croci di legno, di dimensioni diverse. Ne ha presa una e, donandomela, mi ha detto:
« Portala con te ed accompagnami da questo mio monte al monte Calvario, dove un giorno sarò crocifisso ».
Non capivo. Gli ho risposto tremante e preoccupato:
« Mio Gesù, ma io non conosco la lunghezza della strada in sa-lita, i momenti delle prove che mi attendono, l’intensità del dolore, la paura del buio! Forse non ce la farò mai, mi stancherò e rinuncerò a seguirti ».
Lui mi rassicura:
« Io ti aiuterò e sarò al tuo fianco: tu con la tua croce ed Io con la mia. e quando non ce la farai, poggerai la tua piccola croce sulla mia grande croce ed io la porterò ».
Cammino in silenzio con il mio Dio, portando la mia croce che, per quanto piccola, mi pesa. Poi, rallento il passo e mi fermo, chiudo gli occhi e mi addormento. Quando riprendo la strada il Signore non c’è più. Lo cerco, confuso, chiedendo alla gente che dice:
« Arrivi tardi, amico! È stato crocifisso sul Calvario. Solo un ladro lo ha seguito, è morto accanto a Lui su una croce. Il perdono e l’amore per il suo Dio lo hanno salvato. È morto per vivere lassù, nella sua gioia. Aveva detto a Gesù, prima di morire:
« Gesù, ricordami nel tuo Regno! ».
E Gesù gli aveva risposto:
« Oggi sarai con me in Paradiso! ».
A me, purtroppo, è mancata la forza dell’amore che sa osare tutto per chi si ama. Quel ladro aveva preso il mio posto accanto al Signore.


 




    


Ti prego …
Mio buon Gesù,
non ho avuto il coraggio
di prendere la mia croce
e di seguirti.
Non ho avuto la forza
di supportare un peso,
seppur piccolo rispetto al tuo
e di accompagnarti là,
in cima al Monte.
Gli uomini sulla croce
ti hanno inchiodato,
come dono d’amore
per questa umanità.
Ti ho perso, mio Dio,
ti ho lasciato andare
solo, per quella via.
Quando son giunto,
col peso della mia croce,
la tua mi è parsa enorme.
Morente, mi hai guardato
e mi hai detto:
« Perché non hai poggiato
la tua croce sulla mia?
Io l’avrei portata ».
Perdonami, Signore,
non ti vedevo.
Mi sentivo solo
anche se c’eri Tu:
non ti ho creduto.
Ora son qui con Te.
Per pietà, ricordami
quando sarai lassù,
nel tuo Paradiso! 
                                      Incoronata
 


 

martedì 20 marzo 2018

Il Credo ... di là verrà a giudicare i vivi e i morti - parte seconda


Ci piacerebbe certo, come piace a qualcuno, che il nostro Giudice sia solo misericordia, apparentemente pieno di amore per la sua creatura, e che, alla fine, dimentichi il diritto/dovere di giudicare, perdoni tutto il male che abbiamo fatto e ci assolva anche da tutto il bene che non abbiamo fatto. Fosse così avrebbero ragione coloro che sostengono che l’inferno è vuoto.

Ma non può essere così perchè ciò annullerebbe ogni significato alla nostra vita terrena. Una misericordia senza giustizia sarebbe una caricatura della misericordia. “Il vero amore eccede il diritto, è sovrabbondanza che va oltre il diritto, ma mai distruzione del diritto, che deve essere e rimanere la forma fondamentale dell’amore” (Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pag.315).

E’ un’altra, fondamentale, parabola che ci esemplifica il percorso che l’umanità deve compiere per godere dell’amore del Creatore, della sua misericordia e della sua giustizia, la parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32). La creatura prende tutto ciò che il suo creatore gli ha dato. Grazie alla libertà che gli è concessa avere, sceglie di allontanarsi dalla casa paterna. Gode dei piaceri del mondo ma, così facendo, sperpera i suoi averi. Il padre lo lascia libero, come noi siamo liberi di scegliere se vivere secondo la volontà di Dio o, immaginando che non esista, vivere come meglio ci piace. Molti ci riescono, spesso con successo che sembra avvalorare la loro scelta. Altri, come il figlio della parabola, non riescono ad avere successo e cadono nella disperazione, si rifugiano nella droga, si fanno coinvolgere nella delinquenza, si riducono nella più squallida miseria, non tanto in quella materiale, ma in quella morale, ancor più disperante. A meno che, come nella parabola, non riconosca

no di aver sbagliato e tornano a casa, alla casa dal padre. Pentiti ne chiedono il perdono. E il Padre, misericordioso, li accoglie a braccia aperte. E’ la metafora del peccatore pentito che, solo se pentito, viene assolto ritornando in stato di grazia.

Quando viene quel giorno, il giorno del suo giudizio personale, se si trova in stato di amore, senza peccato grave, potrà godere della visione di Dio (che noi chiamiamo brevemente paradiso); se invece è in peccato senza pentimento allora non godrà di quella visione, ne avvertirà la mancanza e si ritroverà in quello stato che noi brevemente chiamiamo inferno.

Cristo non ha lesinato i paragoni più atroci per dipingere quello stato, invitandoci a diffidare da chi ci assicura che l’inferno non esiste. L’ipotesi del "colpo di spugna" perché Dio è buono e perdona tutto è semplicemente un’eresia. Dio sarebbe misericordioso ma anche iniquo, cancellando ogni responsabilità e avallando ingiustizia e peccato.

Al riguardo Cristo è stato fin troppo chiaro: “La parola che ho annunciato lo condannerà nell'ultimo giorno” (Giovanni 12,48). “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Matteo 3,10). “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Matteo 22,1-14). “Fuori nelle tenebre” è metafora di solitudine disperata.

"Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio" (Matteo, 22,2). Se il Paradiso è felicità per la visione e il possesso cli Dio, l’Inferno ne è la privazione.
                                             Salvatore

venerdì 16 marzo 2018

Mino e il senso della vita - Premessa



Ascoltami! Mi preparo a darti un messaggio, un consiglio. Se hai deciso di leggere Mino e le sue storie,  ho pensato che forse, prima, è bene ti confidi che si tratta di entrare, con la porta aperta, in contatto con il fazzoletto del mio dolore. Entrerai anche nella mia casa, la casa del mio cuore intendo, il cuore di Mino, di un bambino che oggi ripensa al suo passato con le sue parole spontanee ma anche con lo sguardo di un adulto. Il messaggio, o se vuoi, il consiglio è questo: ognuno di noi potrebbe ricevere durante la vita una grazia, quella di poter asciugare il proprio dolore, o perlomeno provare, con cura, a farlo. E a te? Vuoi solo leggermi o ti interessa anche questo? Vuoi sapere, o perlomeno tentare come me di asciugare il fazzoletto del tuo dolore? Ho seguito una sequenza di azioni. Anzitutto tra le tue mani, potresti trovare un’arma: il coraggio! E una casa in cui tu, intendo la tua persona di oggi, stia al riparo. Ne parli nel tuo diario, prima di quello scritto in quello interiore. Fai parlare tutto il tuo parlamento e i tuoi geografi, i tuoi esploratori, quelli insomma che conoscono i solchi della tua anima, della tua Psiche, così com’è oggi scolpita. Una cosa però”! Resta in te stessa, in te stesso! Non uscire dalla cura del tuo animo, altrimenti finirai nel freddo, tra i ghiacci, all’aperto e senza alcuna sana protezione, quindi senza “legame”, senza “affetto”. Mi spiego meglio: cerca di non farti del male: lasciati andare a non pensare e soprattutto a non giudicare, non lo fare con tua madre, con tuo padre, con le mancanze presunte dei tuoi nonni e loro avi, con i fratelli e amici presenti o assenti o estranei e, per quanto possibile, gestisci la tua rabbia, il tuo dolore. Metti un freno a tutto questo. Perché ciò che conta è che di questo e di altro, tu ti possa, come petali al vento, aprire liberamente e “spogliare”, e che tu lo faccia presto! Queste barriere ti potranno difendere dal tuo stesso sarcasmo, dalla maledizione, dal pensiero funesto o disperato, dalle più o meno meschine o diaboliche accuse, dall’impotenza che hai certamente in certi frangenti sperimentato negli angoli bui del tuo passato. Se riuscirai, come il cavaliere col cavallo, sul ponte sospeso e col castello, conquisterai la tua principessa, rinchiusa in una delle torri più alte. Sarà lei, la tua, e la tua amata, a farti capire che, almeno una volta nella vita, puoi davvero e finalmente abbracciare anche la tua anima e giungere dove ognuno di noi è chiamato dopo la propria intera vita, ad arrivare: proprio lì: al centro del proprio cuore.

martedì 13 marzo 2018

Il Credo ... di là verrà a giudicare i vivi e i morti - parte prima



Al termine della nostra vita terrena, quando il corpo cessa le sue funzioni vitali, il nostro essere, quello che alcuni di noi chiamano anima, prima di iniziare quella nuova vita che ci è difficile, anzi impossibile immaginare, ma che crediamo esista e sia eterna, il nostro essere, dicevo, la nostra anima, viene giudicata, "singolarmente", sulla base del nostro vissuto terreno.
A giudicare i vivi e i morti” ce l’ha annunciato Gesù. Nella sua predicazione ha parlato di “Giudizio dell’ultimo Giorno”, quando sarà giudicata la condotta di ciascuno e verrà condannata l’incredulità colpevole di chi non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio.
Sarà dunque Cristo stesso a giudicarci, lui che ha assunto la natura umana e che perciò conosce ogni nostro recondito risvolto umano caratterizzante la nostra presenza in questo mondo. Ci potrà quindi giudicare come uomo, come un fratello piuttosto che come un Dio ignoto e distante. “Il Padre, infatti, non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre" (Gv 5, 22-23). Lo ha promesso Dio quando, riferendosi al Cristo, ha pronunciato la frase “se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto” (Deuteronomio 18,19) in ciò prefigurandone la natura divina.
Confesso di avere qualche difficoltà a comprendere il giudizio sui vivi e quel “verrà” che lo anticipa nel testo. Ci si riferisce al cosiddetto Giudizio Universale, quello che avverrà alla fine dei tempi quando il Cristo ritornerà e riguarderà coloro che saranno a quel tempo vivi.
Sappiamo, scientificamente, come sarà la fine del mondo quando, se non avviene prima per altre cause, tra cinque miliardi di anni il sole morirà per esaurimento dell’idrogeno e dell’elio che sono i suoi combustibili da fusione. Allora si espanderà diventando una stella del tipo gigante rossa, brucerà tutti i pianeti a lui vicini che vi cadranno per collasso gravitazionale. Come tutto questo combaci con il ritorno di Cristo e il Giudizio Universale è per me un mistero davanti al quale mi fermo.

Come verremo giudicati, individualmente? Cristo ci ha suggerito i termini del giudizio, chiarendoceli tramite le sue parabole, episodi umani che comprendiamo perfettamente proprio perché sono umani anche se adombrano concetti trascendenti.
Mi riferisco, in particolare, alle parabole dell’amministratore (Luca 16, 1-9) e a quella dei talenti (Matteo 25,14-30). In entrambe, seppure per scopi diversi, Gesù ci indica l’importanza della responsabilità dei beni che ci sono stati affidati, responsabilità che ha senso solo se Qualcuno, alla fine ce ne chiede conto. Ho avuto certi doni naturali, la vita mi ha procurato occasioni per fare del bene? Li ho sfruttati? Ho messo a servizio le capacità che ho, le occasioni che mi si sono presentate oppure ho nascosto i talenti sotto terra chiudendomi in me stesso o dissipato le fortune che mi sono piovute dal cielo solo per il mio piacere?
                                                Salvatore