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sabato 4 agosto 2018

Il Credo ... Credo nello Spirito Santo - Parte prima



Credo nello Spirito Santo (in greco “Credo in Spirito Santo”, senza l’articolo determinativo, non terza Persona divina bensì dono di Dio all’umanità). E’ questa la scarna frase che troviamo nel Simbolo degli Apostoli e che ci mette davanti a qualcosa di soprannaturale che non possiamo, e non dobbiamo, cercare di comprendere con concetti puramente umani, stando bene attenti alle parole che usiamo per cercare di esprimerne il significato. Succede sempre così quando parliamo di soprannaturale. Quando parliamo di Dio, di Paradiso, di Ascensione dobbiamo assolutamente evitare di parlarne rappresentandoli come un vecchio dalla bianca barba, un luogo di felicità pieno di vegetazione lussureggiante, paradiso terrestre, o come il salire di Cristo nel cielo azzurro avvolto nelle nuvole.

Per questo, il mio personale modo per tentare di intuire più che comprendere il concetto di Spirito Santo è, come negli altri casi, partire dalla Bibbia, dalle parole umane lì usate e tentare di leggerle non con significato umano, terrestre, ma come parole umane usate per rivelare il soprannaturale.

E’ proprio nel primo versetto della Genesi che si parla di “Spirito”, senza spiegarlo, (In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”). Poco dopo (Gn 2,7), descrivendo la creazione dell’essere umano, ecco la spiegazione: Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Lo Spirito di Dio è quindi il “soffio” che crea la vita. La parola ebraica è “Ruah”, tradotta in greco con “pneuma” e quindi “spirito”. Ruah Jhawe è lo Spirito di Dio, il soffio, “l’alito di vita” grazie al quale l’uomo non diventa soltanto essere vivente, ma viene dotato di anima e reso “a immagine e somiglianza” del suo Creatore.

Scrive Benedetto XVI (“In principio Dio creò il cielo e la terra”, pag.15): “Queste parole iniziali della Sacra Scrittura risuonano sempre al mio orecchio come il rintocco festoso di una vecchia grande campana che, stupendo e solenne, tocca il cuore e fa presagire qualcosa del mistero dell’eterno”.

Furono i profeti a riprendere quel “qualcosa”, quella parola, “spirito”. Isaia (capito 11) profetizza: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse e un virgulto spunterà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Notare che spirito è fin qui scritto in minuscolo. Quello spirito che aleggiava sulle acque non era ancor conosciuto come Spirito, per di più Santo, come sarà rivelato dal Cristo Gesù. Ci si poteva interrogare sul “che cosa” fosse quello spirito, non “chi” fosse.

Neppure Ezechiele sapeva trattarsi dello Spirito Santo quando (capitolo 37, 5-6) vede un campo pieno di morte (metafora dell’uomo morto in quanto peccatore) e “vede” Dio che proclama, oracolo del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete” … “metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivretee ai successivi versetti 12-14: apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò.
                                                      Salvatore

lunedì 23 luglio 2018

La ragnatela - Ogni bellezza finisce.



Una sera, un piccolo ragnetto pensò a lungo come costruire una tela, in un punto oscuro.

La tessitura durò tre notti e la cosa più bella furono le attaccature agli angoli del soffitto. Era una ragnatela perfetta, tessuta con tanti fili che la rendevano stupenda a vedersi. L’ingegnoso animaletto voleva solo accalappiare insetti, di cui si sarebbe saziato. Contemplava il suo lavoro con soddisfazione, soprattutto visto alla luce del sole che si rifletteva nella sua perfetta forma di inquadramento. Pensò all’efficacia della sua fattura. Era orgoglioso ogni qualvolta un insetto s’incagliava in quegli armoniosi e intrigati fili che egli aveva accuratamente tessuti.

Ma ogni opera delle creature ha un termine d’inizio e di finitura.

Un pomeriggio, il ragno sentì un rumore assordante. Un calabrone inseguiva una sua preda e, senza fare molta attenzione, incappò in quella meravigliosa tessitura che aleggiava tra le pareti del soffitto e, con il suo volo impetuoso, sgarrò la tenue ragnatela, rovinando quell’opera che tanto era costata al ragnetto. Tutti i suoi sogni svanirono e restò solo la fragilità di quel lavoro che appariva in tutta la sua estrema debolezza.

Il piccolo animale pensò di quanta inconsistenza fossero le opere di questo mondo, tanto più belle erano, quanto più apparivano precarie e fragili. Si chiese fino a che punto serve la bellezza se poi finisce come tutte le cose che chiamiamo bruttezza.

Il ragno si addormentò in quello spiraglio così triste a vedersi.
                                                                                                  
                                                                Lorenzo