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giovedì 7 febbraio 2019

Il Paradiso: sintesi di tutto


Anche l’inverno finisce in primavera,
come la sofferenza finirà nella gioia.
 



Il pinguino aveva camminato tutto il giorno e i suoi occhi si erano saziati di neve. Aveva pensato tutto il giorno alla strada che aveva per-corso e si chiedeva se ci sarebbe stato un momento in cui poteva dire:
« Sono arrivato alla meta ».
Ogni giorno se lo ripeteva con più insistenza:
« Sono arrivato alla meta ».
E camminava senza fermarsi mai. Un giorno vide in mezzo alla neve un uccellino che era caduto su quel manto bianco, senza sapere il perché. La madre, con tutta la nidiata, forse non si era neanche ac-corta della sua assenza. Il pinguino si avvicinò a quel piccolo volatile e gli chiese:
« Da dove vieni? ».
L’uccellino rispose:
« Non lo so, ma ricordo solo che la mamma aveva detto: “Qui non c’è più alimento e dobbiamo andar via” ».
Il pinguino lo guardò teneramente e gli disse:
« Vieni tra le mie zampe e riscaldati! Non ho altro da offrirti ».
Il vento spirava gelido e il campo innevato era senza orizzonte. Stando così, quell’uccellino si sentì rincuorato e chiese con grande ardimento:
« Ma esiste un posto dove si riposa senza dover faticare? ».
L’altro rispose:
« Sì, ma alla fine di questo cammino. So che è chiamato paradiso ».
L’uccellino si addormentò al tepore di quelle piume che lo av-volgevano. Nel sonno chiese al suo benefattore:
« Perché le stagioni sono quattro? ».
Il pinguino rispose:
« Tutto inizia con l’autunno dove la natura si prepara per il letargo invernale. Questo accade perché le cose si rafforzino al freddo e tutto si chiude in un misterioso raggrupparsi delle cose verso il centro. Il freddo serve al raccoglimento ed è proprio in quel tempo che il creato acquista sempre di più coscienza. L’inverno, poi, rassoda questa coscienza. Pian piano entrano fili di calore che aprono tutto il creato a una nuova creazione. Qua è là germogliano gemme che sono l’espressione della vita nata dal raccoglimento. La chiamano: primavera. È proprio da questo sviluppo che viene fuori la vita nuova, la quale prima prende la forma di gemma e poi si sviluppa in pianta e foglie, fiori e frutti che si aprono al dono di chi li coglie. Come ben vedi c’è bisogno del freddo e della sofferenza per donarsi alla gioia della vita ».
L’uccellino restò estasiato dalla descrizione del paradiso, che è la sintesi di tutti i passaggi, anche quello del dolore. La sofferenza è un ingrediente della vita ed è tanto necessaria per far maturare il frut-to. Non c’è nulla nel creato di inutile o di brutto e tutto finisce, alla fine, per essere un tassello del paradiso.
Il pinguino aveva camminato molto e lasciò l’uccellino a con-templare le stagioni della vita. Capì che il paradiso è la sintesi di tutti questi passaggi e anche lui si avvicinava verso un’eternità beata.
Io mi sentivo trasportato in una corrente di bene, che mi por-tava verso una zona beata da tutti chiamata Paradiso. Avevo tutte le ansie della vita e la forza che mi veniva data da chi mi offriva gioia e felicità, maturate da un itinerario di sofferenza. Non c’era più il do-lore ma solo il desiderio di vivere in pienezza tutto ciò che Dio mi aveva donato. Ho capito che il dolore, con il tempo, si trasformerà in gioia senza fine e questo lo vedevo maturato a partire dall’autunno, in cui vedevo sbocciare il futuro del mio Paradiso.
 
Domanda:



Credi tu che, un giorno, la tua sofferenza diventerà fonte di pace nel Cielo?


Lorenzo

lunedì 28 gennaio 2019

Memoria del cuore


Era un bambino sveglio, intelligente, di carattere aperto e dolce. All’età di dieci anni gli fu diagnosticata una malattia agli occhi. Con il tempo sarebbe diventato cieco.
I suoi genitori decisero di portarlo in giro per il mondo, perché potesse immagazzinare, nella sua mente, più dati possibili: immagini e bellezze di una natura stupenda, il viso dei suoi cari, il sorriso dei bimbi, il pianto dei sofferenti, la gioia dei semplici, le rughe degli anziani … Quando a vent’anni arrivò il triste giorno, gli regalarono degli occhiali neri e un cane che lo accompagnasse dovunque.
Ogni tanto il giovane restava assorto, rapito dal silenzio. Gli tornavano parole udite in passato, fatti, figure. Le rivedeva nel suo intimo e le traduceva in modo malinconico, con un tocco di amarezza e nostalgia. Trascorsero alcuni anni e qualcosa iniziò a cambiare dentro di sé. Associava pensieri, segni e creava la novità. Dipingeva con la fantasia quadri bellissimi, invitando i suoi amici ad entrare in quel suo mondo interiore, così diverso da prima.
Tutto è diventato, ora, memoria del cuore e gli ritorna come un eco che ascolta, tradotta in musica dolcissima. Gli amici lo guardano con commiserazione, distratti dalla sua vita inaccettabile e gli dicono:
«  Poverino, chissà quanto soffri nella tua cecità! ».
Con serenità, lui risponde loro:
« Sì, un tempo ero infelice perché tentavo di vedere le cose fuori di me, con i miei occhi spenti. Ora le vedo dentro, con gli occhi del cuore. È un mondo fantastico questa mia vita così diversa: un buio di luce che illumina il mio intimo, attraverso occhi nuovi.
Io sono, oggi,  l’uomo più felice! ». 








Ti prego
Dio di luce inaccessibile,
quando ti guardo in me,
con gli occhi spenti
della mia mente buia,
mi avvedo dell’oscurità immensa
che vieta alla mia anima
l’ingresso nella tua Presenza.
Donami, nella mia cecità,
occhi nuovi per vederti
e scorgere i tuoi riflessi
intorno alle mie pupille,
dove si rifrange la tua luce.
Ch’io possa dirti, Signore:
io sono, oggi, immerso in Te,
perché la tua immagine
mi è impressa dentro
e Tu, mio Dio, ci sei.